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    Grecia

    La misura



Ninfeo di Erode attico, 1988. Olimpia, Grecia

Per godersi Olimpia bisogna pernottare, e levarsi all'alba. Di giorno è un continuo andirivieni di pullman, frotte infinite di turisti e guide. Di giorno conviene andare al museo, meno frequentato, ad ammirare ciò che resta. Le sculture del frontone e soprattutto l'Hermes con Dioniso di Prassitele. Qualcuno dubita sia della sua mano, ma è una scultura il cui splendore non può essere restituito da nessuna foto. Il marmo pario s'intride di luce, invece di rifletterla, e acquista una morbidezza ineguagliabile e ineguagliata. Più che scolpita, sembra essere stata accarezzata per secoli e secoli con un panno di lino, amorevolmente. Dopo aver visto questa meraviglia la sala delle sculture romane sarà scioccante: come passare d'improvviso da un Sassicaia alla coca-cola.

Al tramonto, quando i turisti i pullman e le guide sono andati via, a riempire taverne e ristoranti, si può tornare a godere il caldo silenzio di Olimpia.
Fu una folgorazione per me vedere questa scena pomeridiana. Cosa c'è di folgorante in una colonna davanti a delle fronde? Non c'è riassunto migliore della concezione greca dell'arte e dell'architettura, e della natura.

A Olimpia sorgeva uno dei più grandi templi greci, dedicato a Zeus. Era alto venti metri, un palazzo di sette piani. La statua crisoelefantina -cioè d'oro e avorio- di Zeus realizzata da Fidia era alta una dozzina di metri: più di quattro piani. Eppure questo apparente gigantismo era perfettamente calibrato rispetto al paesaggio. Olimpia sorge accanto al monte Cronion e ad altre colline. Un monte modesto, di un centinaio di metri, ma rispetto al quale il tempio acquistava la giusta misura: più o meno un quinto della sua altezza.

Non v'è luogo antico o bizantino della Grecia in cui non si avverta questo rispetto forse atavico della natura. Anche l'edificio più poderoso è sempre proporzionato in rapporto al paesaggio. Il ninfeo olimpio di Erode attico, precettore di Marco Aurelio, è un perfetto esempio del senso della misura ch'è cardine dell'arte e della civiltà greca.

La mattina, quando ordinate in Grecia un caffè o un frappé, giungerà immancabile la domanda: "glykos?" Cioè: quanto zucchero vuoi? Rispondete: "metrio", da 'metron', 'misura'. Metrio significa letteralmente "misurato". E misurato a sua volta significa né troppo, né troppo poco. "Nulla di troppo", era l'esortazione che si leggeva sul tempio d'Apollo a Delfi.

Oggi "metro" significa per noi solo una astratta unità di misura dell'estensione. Ma in Grecia è ancora la misura, la capacità di trovare l'equilibrio tra eccesso e difetto. Per Aristotele questo equilibrio, la capacità di essere "metrii", misurati, rappresentava la virtù per eccellenza.
Questa solitaria colonna, a Olimpia, svolge lo stesso ruolo. Grande, molto grande per un uomo, sembra quasi piccina di fronte alla natura. È perfettamente "metria", perfettamente misurata, e desta il giusto sentimento nei confronti della vastità e della sapienza di Physis, della natura.

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